Obama va alla guerra (economica)

Quando leggi che a Chicago, nel quartiere generale di Barack Obama, sperano che la variabile demografica trionfi su quella economica, capisci che l’economia non darà grandi gioie da qui a novembre – sempre che non dia altri dolori. Come ha raccontato John Heilemann sul New York Magazine in un articolo da conservare, il team del presidente-candidato conta sul fatto che la “coalition of the ascendant” – i latinos, i giovani, i liberal bianchi ben istruiti (soprattutto donne) – cresca in termini quantitativi e continui a votare Obama: questi dati possono garantire la rielezione, quelli sulla ripresa no.
20 AGO 20
Immagine di Obama va alla guerra (economica)
Quando leggi che a Chicago, nel quartiere generale di Barack Obama, sperano che la variabile demografica trionfi su quella economica, capisci che l’economia non darà grandi gioie da qui a novembre – sempre che non dia altri dolori. Come ha raccontato John Heilemann sul New York Magazine in un articolo da conservare, il team del presidente-candidato conta sul fatto che la “coalition of the ascendant” – i latinos, i giovani, i liberal bianchi ben istruiti (soprattutto donne) – cresca in termini quantitativi e continui a votare Obama: questi dati possono garantire la rielezione, quelli sulla ripresa no.
I numeri sulla ripartenza economica sono bruttarelli, ieri il californiano Investor’s Business Daily li ha messi in fila e facevano un effetto tremendo: pare che sia stato raggiunto il punto più basso dell’Obamanomics (qualunque cosa sia, l’Obamanomics: ci continuano a confondere, il keynesiano Paul Krugman va in tv a dire che il vero keynesiano nella storia americana è Ronald Reagan!).
Alcuni dati: la quota di americani fuori dal mondo del lavoro da un lungo periodo, cioè il 42 per cento dei disoccupati, è la più alta dalla Grande Depressione (fonte: dipartimento del Lavoro). La proporzione di americani in età da lavoro che ha un impiego è del 58 per cento, la più piccola dai tempi di Carter (fonte: dipartimento del Lavoro). Il tasso di crescita di nuovi business è al più basso livello di sempre e di tutti i settori, al 7,87 per cento (fonte: Census Bureau). Il 54 per cento dei laureati sotto i 25 anni è senza lavoro o “underemployed”, cioè ha un’occupazione che poteva trovare senza spendere i soldi per studiare, dato peggiore da decenni (fonte: Northeastern University). Tre giovani su dieci “young adults” (dai 25 ai 30 anni) non trovano lavoro e vivono con i genitori, la più alta percentuale di bamboccioni dagli anni 50 (fonte: Pew Research). La dipendenza dallo stato, definita dalla percentuale di americani che riceve uno o più sussidi federali, è la più alta di sempre, pari al 47 per cento (fonte: Hoover). Quasi un americano su sei è considerato povero, la più alta ratio degli ultimi 30 anni, e il numero totale di poveri, 49,1 milioni di persone, è il più grande mai registrato (fonte: Census).
L’elenco è più lungo, ma questi numeri sono sufficienti per capire perché Obama è così freddo e spiccio con l’Europa – fate qualcosa, fatelo presto e fatelo che funzioni, dice agli europei – e così preoccupato. Ieri il New York Times registrava il lamento degli imprenditori che vedono i loro affari ridursi notevolmente a causa dell’instabilità europea: soprattutto l’industria tech, che dovrebbe guidare la recovery, è in difficoltà; Cisco, Dell e altre grandi aziende stanno subendo gravi perdite a causa della crisi dell’euro. “Soltanto qualche mese fa – scrive il quotidiano americano – gli osservatori del mercato erano ottimisti e sostenevano che l’economia americana fosse riuscita a tenersi lontana dai problemi europei, e che fosse in grado di crescere anche nel caso di un collasso europeo”.
L’ottimismo era testimoniato dai tanti e argomentati articoli sulla capacità di reazione dell’America – che c’è, ed è ben più concreta di quella europea – e sulle prospettive positive: la copertina di Newsweek del 7 maggio, con la maglia di Superman e il titolo “America is winning – and why”, è la sintesi di quel sentire. Oggi non è più così e Obama, nello scorso fine settimana, ha dichiarato che il caos europeo “sta iniziando a gettare un’ombra anche su di noi”.
Molti nel Partito democratico e nel team obamiano insistono sulla necessità di nuovi stimoli. Foreign Policy ha pubblicato un articolo (con il solito titolo che non si dimentica: “Stimulate this”) in cui il professor Daniel Altman elenca tre ambiti del settore pubblico in cui uno stimolo farebbe del gran bene – e lo farebbe con una certa prontezza, ché a Obama questo interessa: uno scalpo economico da portare prima di novembre, prima che gli tocchi bombardare tutto il Pakistan per trovare lo scalpo di un capo di al Qaida, che comunque non vale altrettanto. Altman dice che investire oggi in infrastrutture, istruzione e ricerca è la via per la crescita: è vero che il deficit è altissimo (9,5 per cento del pil), ma spendere oggi è come investire in un mercato in crescita, “borrow at low rates, invest at high rates”. Così si sostiene la domanda, che è il punto di debolezza dell’America.
Un’altra faglia democratica invece spinge per l’intervento della Federal Reserve, uno stimolo monetario che Ben Bernanke sta prendendo in considerazione già da qualche settimana. Ma i repubblicani sono già pronti ad accusare la Fed e il suo governatore di voler aiutare Obama a restare alla Casa Bianca – schiaffo massimo all’indipendenza della Banca centrale. Alla fine di giugno il policy-setting committee della Fed si riunirà e prenderà una decisione: sarebbe il quarto intervento dopo due round di “quantitative easing” e la risistemazione del portafoglio della Fed prevista entro il mese, la cosiddetta “Operation Twist”. Bernanke deve badare non soltanto alle conseguenze politiche ma soprattutto alla salvaguardia del sistema finanziario americano, reso ancora più fragile dal collasso del sistema bancario europeo. Dennis Gartman, uno dei guru del mondo finanziario (scrive da trent’anni la Gartman Letter, che per gli addetti ai lavori è un must quotidiano), dà un terzo quantitative easing “certo al cento per cento”.
I repubblicani aspettano Obama e il suo stimolo al varco del Congresso e della campagna elettorale, perché come dicono gli uomini del repubblicano Mitt Romney: “What’s this campaign going to be about? The Obama Economy”. Il presidente ribatte colpo su colpo, sostenendo che quel che ha fatto lui a livello nazionale è comunque meglio di quel che ha fatto Romney da governatore del Massachusetts. Ma ogni lunedì di giugno Obama si alzerà con l’ansia: è in arrivo la decisione della Corte Suprema sulla riforma sanitaria.